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La Turchia rivede le sue alleanze

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Il 10 ottobre 2009 nell'aula magna dell'Università di Zurigo (Svizzera) è stato firmato un accordo storico tra Turchia e Armenia, in presenza dei rispettivi ministri degli esteri, del segretario di stato americano, del ministro degli esteri russo, del rappresentante UE per la politica estera e dei ministri degli esteri francese e svizzero.
Un accordo volto a ristabilire le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, interrotte ben 16 anni fa all'inizio della guerra tra Armenia e Azerbaigian per la disputa dell'enclave etnica armena del Nagorno Karabach e per il sostegno turco dato alla nazione azera con la chiusura definitiva della frontiera con l'Armenia. Una piaga che non si è ancora rimarginata, data la persistente presenza militare armena nell'enclave. La Svizzera torna a giocare il ruolo di ancella della diplomazia, come negli anni' 20; gli anni in cui si firmarono, nei grandi alberghi rivieraschi del lago Lemano, i maggiori accordi internazionali concernenti i territori dell' ex Impero Ottomano.
Un accordo voluto fortemente, per ragioni e interessi diversi, da Stati Uniti, Russia e Turchia con l'obiettivo di consolidare il ruolo della regione caucasica come corridoio per i rifornimenti energetici ( petrolio e gas) diretti in Occidente. La Russia teme da tempo l'influenza americana nel territorio caucasico e dalla fine della guerra fredda, abbandonata ormai la corsa al nucleare, vede nell'arma ricattatoria delle forniture energetiche il suo punto di forza verso l'Europa. Gli Stati Uniti, per contro, cercano di aumentare la loro influenza nella regione non più con un approccio unilaterale, bensì con una logica di alleanze a geometria variabile.

Passata ormai la guerra fredda e le ragioni per difendersi dalla Russia (storico nemico dell'Impero Ottomano), la Turchia è pronta a rivedere lo schema delle alleanze, seppur con alcune concessioni filo-occidentali, comunque in funzione dei suoi interessi economici. Essa sta ridisegnando la sua strategia nella regione nella quale pensa di avere un ruolo chiave anche per l'approvvigionamento di energia all'Europa. In questo contesto un rapporto d'amicizia con Israele, in funzione anti russa, non avrebbe ragion d'essere. Su questi passi, giorni addietro, la Turchia ha impedito ad Israele di effettuare nel proprio territorio un esercitazione aerea congiunta in ambito Nato denominata "Aquila anatolica", a cadenza annuale. Il veto è stato giustificato sulla base di una presunta e progressiva regionalizzazione di questa esercitazione. In realtà i dissapori tra Turchia e Israele sono iniziati con l'avvento al potere di Netanyahu e sono culminati con la recente offensiva israeliana nella striscia di Gaza ( dicembre 2008). Due mesi dopo , davanti alla platea del forum economico mondiale di Davos ( Svizzera), il premier turco Erdogan ha attaccato duramente il ministro degli esteri israeliano Peres per la condotta dell'offensiva. Il 16 ottobre scorso il Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani ha approvato a riguardo un rapporto sui crimini di guerra perpetrati da Israele e miliziani di Hamas. Un documento che rischia, a discapito d'Israele, di arrivare al tavolo della Corte Penale Internazionale dell'Aia. In questo schema strategico la Turchia sta già instaurando rapporti amichevoli con la Siria - si veda la firma degli accordi bilaterali per l'eliminazione dei visti, il 13 ottobre scorso - per la creazione di un Consiglio di cooperazione strategica in campo economico.

Un cambiamento di rotta improvviso, se pensiamo che solo un anno fa la Turchia offriva la sua mediazione nella pace tra Israele e Siria. Migliorati i rapporti con l'Iran in funzione anti curda, i motivi di contrasto con Teheran risiedono ancora nella dura competizione per stabilire chi dei due debba essere il Paese di passaggio della rete di oleodotti e gasdotti che devono collegare il Caucaso ai mercati mondiali. L'Iran offre il tragitto più breve fino alle acque del Golfo Persico - e finanziariamente meno costoso. Il tragitto che offre la Turchia è invece più lungo e geograficamente più impervio - e di conseguenza è il più costoso da un punto di vista finanziario.

Malgrado ciò, le multinazionali del petrolio preferiscono il tragitto turco a quello iraniano, per ragioni politiche. E qui sta il punto di forza della Turchia. Conscia d'esser terra di passaggio, essa non teme che la deriva filo-islamica del partito al governo possa incrinare i rapporti con l'Occidente, sempre più interessato ad una minor dipendenza dalle risorse energetiche del Medio Oriente.

Federal Reserve Bank

WALL STREET JOURNAL

U.S. Bureau of Economic Analysis