La Germania sta dando il buon esempio. Se, da una parte, l’approvazione della legge costituzionale tedesca, che obbliga al pareggio del bilancio federale entro il 2016, sta facendo alzare la soglia del virtuosismo fiscale nei vicini Stati europei, dall’altra, sta facendo aumentare le critiche di molti economisti al modello che essa propone di seguire. Se non si studia un po’ di storia tedesca, risulta difficile comprendere le ragioni che hanno portato il governo a varare una possente manovra di tagli alla spesa pubblica a al welfare. Si sta alzando in questi giorni il coro di alcuni economisti neo keynesiani che grida allo spettro della deflazione, senza capire i motivi che spingono la Germania, oggi, a dare all’Europa e al mondo, l’esempio del rigore.
La moneta unica europea e la BCE sono le eredi dirette della Bundesbank e della sua politica volta a scongiurare un’inflazione simile a quella che flagellò la fragile Repubblica di Weimar nel lontano 1923, anno in cui si dovette stampare moneta per far fronte, stante la grave situazione di disavanzo pubblico, al peso delle riparazioni di guerra dovute agli alleati. Nel suo noto saggio del 1919, “ Le conseguenze economiche della pace”, John Maynard Keynes predisse con largo anticipo la débâcle dell’economia tedesca e il crescente malcontento di una classe media umiliata da una continua perdita d’acquisto del proprio salario e da un aumento spropositato dell’imposizione fiscale a copertura del debito sovrano. Un malcontento che alimentò il consenso dell’opinione pubblica verso Hitler e agevolò lo scoppio del secondo conflitto mondiale.
Più recentemente poi, l’inflazione, la disoccupazione degli anni ’70 e i costi della riunificazione, hanno insegnato alla Germania che ciò che conta e conterà sempre più è la fiducia dei mercati sulla sostenibilità del debito sovrano e della moneta unica europea. I capitali vengono attirati laddove c’è sicurezza e terreno fertile ai loro rendimenti. Il livello di spesa pubblica e di welfare è divenuto ormai insostenibile in Paesi dove l’età media non fa che avanzare parallelamente all’aumento delle aspettative di vita. Gli attacchi speculativi all’Europa sono il segnale di una perdita di fiducia generalizzata. Le agenzie di rating, specializzate ormai in autopsie, hanno certamente perso credibilità ma hanno avuto un ruolo non insignificante nella valutazione dei debiti sovrani europei. La lenta erosione delle tutele di alcune categorie produttive è destinata fatalmente a crescere sopratutto in quei Paesi dell’UE in cui le imprese maggiormente esposte al mercato soffrono della concorrenza dei Paesi emergenti. A questo punto sarebbe un errore alzare la bandiera del protezionismo in nome dell’identità nazionale e di un livello di welfare ormai acquisito. Oggi sono i mercati a decidere le sorti di un Paese e a far correre i capitali alla ricerca di alti rendimenti. Ne è la prova l’importanza che alcuni Paesi europei stanno dando all’annuncio di politiche economiche tese al rigore dei bilanci pubblici. Sembra una gara al primo della classe. Poi agli annunci dovrebbero seguire i fatti. E qui vengono gli ostacoli: le tensioni sociali e il timore per i politici di perdere il consenso elettorale.
I neo keynesiani sostengono ancora che è la spesa pubblica la leva della domanda interna e quindi della crescita. Si moltiplicano nei media europei i manifesti a difesa di una tesi che sarebbe potuta esser valida solo negli anni’ 30, gli anni in cui si diedero applicazione alle teorie keynesiane nel “New Deal “ di Roosevelt. Un nuovo corso, quello di Roosevelt che fu reso possibile però solo con l’aumento del protezionismo commerciale americano, non irrilevante concausa della seconda guerra mondiale. Keynes visse abbastanza per vedere l’iniziale affermazione del sistema di Bretton Woods ma non per vedere il mondo come lo conosciamo oggi. Se fosse in vita, adatterebbe molto probabilmente le sue tesi al contesto economico e finanziario attuale a dispetto di chi segue pedissequamente le sue teorie senza capire quanta acqua sia passata sotto i ponti. Ora che la BCE sta perseguendo una politica monetaria espansiva e che l’euro gode di una benefica svalutazione, è venuta l’ora per tutti di seguire, questa volta, l’esempio della Germania.












































