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L'Italia che non cresce e spaventa i mercati

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L’Europa è di fronte alla sfida più grande della sua storia. Mai come oggi, in una situazione di crisi, si chiede ad essa uno sforzo per rimanere unita e salvare le fondamenta della sua costruzione, certamente perfettibile ma giunta al termine grazie alla lungimiranza della precedente generazione politica europea. Essa si comporta invece in modo contradditorio e diviso. Il deficit decisionale politico ed economico alimenta così la sfiducia degli attori economici globali che ritirano i loro capitali da quei Paesi dell’Eurozona in cui maggiore si fa evidente il rischio di non poter più onorare il debito e sostenere la moneta unica. Un comportamento bollato come semplice “speculazione finanziaria” da coloro che credono ancora nell’esistenza di una economia chiusa ai capitali esteri.

Ad essere colpiti, come sempre, sono gli anelli deboli della catena. La sfiducia, in questi ultimi mesi si è infatti palesata nell’aumento del differenziale tra i titoli di stato decennali italiani e quelli tedeschi, come a dire “ci fidiamo sempre della Germania, non più dell’Italia”. Gli investitori sanno bene quanto conti il PIL italiano in percentuale a quello europeo. Ma questo non basta a rassicurarli. Ciò che li spaventa è vedere una classe politica italiana che non reagisce e che spera e si culla sull’eventualità di un salvataggio in extremis da parte dell’Europa. Essi si spaventano nel vedere inoltre una nave europea senza timoniere, in breve, che le istituzioni dell’UE non abbiano, a differenza del FMI, quel potere coercitivo in grado di far contenere i disavanzi pubblici e di far attuare riforme strutturali e impopolari a tutti i Paesi membri non virtuosi dell’Eurozona. L’Europa avrebbe dovuto dotarsi di istituzioni politico-economiche in grado di armonizzare le politiche fiscali e di punire severamente e per tempo la violazione dei parametri di contenimento della spesa pubblica. La moneta unica ha eliminato nei Paesi membri la tentazione di usare la leva della svalutazione competitiva per ovviare ai disavanzi interni e ha dato quindi una solidità alle politiche macroeconomiche europee. Ma non ha eliminato la tentazione del “consensus appeal”, di fare spesa in deficit, sapendo che pagheranno altri e dopo. La politica delle cicale è sopravissuta così anche all’euro.

Ora si chiede all’Europa di imporre ai membri non virtuosi una ristrutturazione del debito e una riformulazione delle voci di spesa pubblica. L’Italia sembra non aver accolto l’urgenza della richiesta. Non ha liberalizzato i settori economici più vitali per la crescita. Non ha snellito il sistema giudiziario. Ha aumentato le imposte e ridotto la spesa pubblica, tagliando in modo lineare tutti quei capitoli che pesavano maggiormente sul bilancio pubblico non tagliando però le spese di welfare improduttive. Quelle spese che non a caso servono a mantenere il consenso politico. Nella situazione attuale una parte dei sindacati italiani protegge ormai i propri iscritti e non più la dignità del lavoro in quanto tale. La pubblica amministrazione ha ancora una parte del proprio organico non produttivo che pesa sull’economia del Paese. Il sistema universitario produce un numero sempre maggiore di laureati che hanno sempre più difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro. Aumenta la disoccupazione giovanile (tra le più alte in Europa) e aumenta una precarietà dovuta a una errata legislazione sulla tutela del lavoro. Per di più, l’Italia è un Paese che invecchia e nulla viene fatto per incoraggiare i giovani a costruire una famiglia e un futuro. La disoccupazione giovanile pesa sul bilancio delle famiglie che stanno nel frattempo erodendo il proprio risparmio per mantenere i figli al loro tenore di vita. La Germania ha tagliato già da tempo le spese improduttive per dedicarsi ai giovani, alla loro istruzione e al loro lavoro. Grazie a queste politiche mirate, la Germania registra oggi un buon tasso di natalità e una bassa disoccupazione giovanile e il mercato evidentemente l’ha già premiata.

Un Paese, come l’Italia, che non dà speranze ai giovani, è invece un Paese senza futuro. La sua classe politica non riconosce le proprie colpe, continua a gridare allo spauracchio della speculazione internazionale e alla cattiva informazione sullo stato attuale dell’Italia. Dopo aver varato una manovra di aumento delle imposte, di tagli ad alcune voci di spesa e di stratagemmi per scovare gli evasori fiscali, senza riforme strutturali per la crescita, gli investitori temono che l’Italia si spinga in una situazione di recessione economica che non le permetterà pagare il debito. Rebus sic standibus, l’Europa potrà fare ben poco. La morfina della BCE prima o poi terminerà e i piani di salvataggio varati a livello G20 per ricapitalizzare le banche a rischio (sono le maggiori detentrici dei titoli di debito sovrani ), servirà solo a ritardare la resa dei conti. Il sentimento europeista si è molto affievolito negli ultimi anni ed è accompagnato ormai da un egoismo politico generazionale incapace di sognare un Europa come la sognavano i padri fondatori del primo nucleo di collaborazione economica europea. Quell’ Europa piegata dalla guerra ed economicamente fragile era capace di ricominciare unita e di credere in un ideale di pace e benessere per le future generazioni.

Cosa serve all’Italia per uscire dalla crisi ? Quello stesso slancio di ottimismo, di produttività, di creatività e di iniziativa che la portò ad essere negli anni’ 50-60 l’esempio da seguire. Serve che la classe politica italiana si svegli e che dia esempio di lungimiranza e saggezza al proprio Paese. Ricorrono tra l’altro i 150 anni dell’Unità d’Italia ! Una classe politica che abbia un po’ di sentimento patrio: sacrificandosi per prima, eliminando i privilegi e gli interessi di categoria. Che sappia fare riforme radicali e inizialmente impopolari. Che sappia finalmente credere nei giovani e nel futuro dell’Italia in Europa e nel mondo.

Federal Reserve Bank

WALL STREET JOURNAL

U.S. Bureau of Economic Analysis