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L'ultimo muro e il valore della libertà

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Nel 1993, il politologo di Harvard, Francis Fukuyama, con il saggio “La fine della Storia”, sosteneva la tesi della fine di un’era, segnata a suo dire, dall’irrimediabile crollo del muro di Berlino. Eppure, a vedere bene, l’esistenza della Corea del Nord, tenuta ancora oggi in piedi da un’ideologia totalitaria marxista, ci fa pensare che le cose non siano andate in quel verso.

Ottimisti sull'Euro

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Proviamo a vedere il bicchiere dal lato mezzo pieno. Dalla fine del 2011 a metà del 2012 non erano pochi gli analisti di economia e finanza a prevedere che l’Unione Monetaria Europea si sarebbe sfaldata, dopo soli tredici anni di vita. Eppure ora, a soli sei mesi di distanza da quelle oscure profezie, le cose sembrano essere andate diversamente.

Se la Spagna soffre l'Italia balla su un filo

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Gerontocrazia

L’Italia sembra aver recuperato qualche voto in pagella grazie agli sforzi del governo tecnico, che  è riuscito a scongiurare una nuova speculazione sul debito sovrano. L’equipe di Mario Monti ha potuto operare con il beneplacito della politica, ben felice, quest’ultima, di aver ceduto la responsabilità di riforme impopolari (come quella delle pensioni e del lavoro) a una squadra di tecnici. A pochi mesi dalle elezioni che porteranno l’Italia ad avere un nuovo governo eletto, la politica è ora in fermento per creare le future coalizioni e il duro colpo della speculazione che rischiava di spazzare via l’Italia e con essa il destino dell’eurozona, sembra ormai tempesta passata.

La politica italiana però, a giudicare dalle affermazioni dei suoi leader,  non sembra accorgersi  che l’Europa e il mondo guardano oltre alla pagella, sperando che l’Italia abbia imparato dalla lezione della speculazione. Da essa, gli osservatori internazionali, non si aspettano solo riforme economiche ma un vero e proprio rinnovamento culturale. Il vero malato d’Europa non è la Spagna, bensì l’Italia. Un Paese che ormai da anni registra un tasso di natalità vicino allo zero, che invecchia inesorabilmente e che stenta a rinnovarsi. Ogni tentativo di riforma sembra ogni volta incepparsi, a causa di perversi meccanismi  d’egoismo generazionale.

L’egoismo di una vecchia generazione maggioritaria che tenta di mantenere lo status quo e i propri privilegi senza distinzione di categoria o fascia sociale. Un sentimento negativo che colpisce rappresentanti e rappresentati, partendo da una classe politica autoreferenziale, che ostenta privilegi derivatagli dal retaggio storico e dall’uso discrezionale di denaro pubblico fino a coinvolgere i sindacati, le corporazioni professionali, imprenditoriali e bancarie.

La conseguenza inevitabile di tutto ciò è la sofferenza della generazione minoritaria, quella più giovane, più simile per indole a quella europea che ai propri padri. Una generazione che oggi non vede futuro. Cito le parole che l’attuale vice-ministro italiano al lavoro e alle politiche sociali, Michel Martone, scrisse in un suo articolo nel 2009 *:  “le colpe sono di un’intera generazione che prima ha preteso diritti che non si poteva permettere e poi ne ha scaricato il costo sui figli.”. Privilegi realizzati da riforme che hanno spostato il carico del debito pubblico sulle generazioni successive.

Se uno sforzo è stato fatto per eliminare, con la nuova riforma pensionistica, il privilegio che permetteva di andare in pensione a 58 anni, un altro viene concesso alla vecchia generazione, da un mercato del lavoro che protegge, con le sue norme e “l’inamovibilità di Stato”, per citare nuovamente Martone, “i cinquantenni fannulloni e assenteisti” e condanna i giovani alla disoccupazione. Una generazione che può contare una vasta presenza nel settore statale. Infatti, dei 3.500.000 dipendenti pubblici, solo l’8 % ha meno di 35 anni. Il primato della gerontocrazia italiana, secondo uno studio Coldiretti del maggio 2012, va alla classe dirigente,  la più vecchia d’Europa. Il record spetta ai manager delle banche e ai rappresentanti dell’ (ex) governo, rispettivamente con 67 e 64 anni, seguiti dai professori universitari con 63 anni. I più giovani sono i dirigenti delle aziende quotate in Borsa con 53 anni.

I giovani studenti italiani partono svantaggiati fin dall’inizio. Il sistema universitario conta migliaia di corsi di laurea che producono disoccupati e non trova risorse per finanziare i dottorati. I giovani che vogliono fare imprenditoria vengono stroncati dalla burocrazia, dalla sfiducia delle banche a concedere prestiti e infine dal gravamento delle imposte. Questo spiega il silenzio imbarazzato che colpì Mario Monti alla domanda di un giornalista che gli chiedeva cosa si sarebbe sentito di dire a un figlio neolaureato, sulla scelta di lavorare in Italia o all’ estero.

In questo stato di cose, per una pura questione di numeri, la politica risponde del suo operato esclusivamente al suo elettorato non più giovane e a ciò di cui ha bisogno: la tutela del proprio lavoro, della pensione, della salute e della propria sicurezza.  I giovani italiani non hanno un partito che li difenda, che proponga politiche volte a incentivare l’accesso a un mercato del lavoro meno tutelato ma più flessibile e che dia infine loro la speranza di poter creare una famiglia. Questa è la vera emergenza dell’Italia. In Spagna il tasso di disoccupazione dei giovani è il doppio di quello dei lavoratori più anziani; in Italia, il triplo. Inoltre la percentuale d’inattivi tra i giovani disoccupati italiani è del 36 %. Il dato più alto in Europa.

Sul tema della disoccupazione giovanile che colpisce l’area OCSE e soprattutto il sud Europa, si era espresso alcuni mesi fa, in occasione della riunione del G20 a Guadalajara (Messico), il segretario generale dell’OCSE, Angel Gurria. Nel suo messaggio inviato ai ministri del lavoro aveva esortato alcuni governi, tra cui l’Italia, a intraprendere concretamente e velocemente una serie di azioni volte a combattere la disoccupazione giovanile.

La riforma del mercato del lavoro di recente approvata in Italia, sembra aver fatto qualcosa per aumentare la flessibilità in entrata: rivedendo i contratti a tempo determinato, eliminando gli stage e incentivando il contratto di apprendistato, con sgravi fiscali alle imprese che lo applicano. Ma nulla per aumentare la flessibilità in uscita: facilitando le aziende a licenziare, quando necessario, snellendo l’iter delle cause di lavoro e alleggerendo il peso delle organizzazioni sindacali.

Per come è stata impostata, tale riforma lascerà la situazione invariata: le aziende italiane e straniere continueranno  a chiudere e quelle che avevano in progetto di aprire, si sposteranno in Paesi con minor costo del lavoro, minor burocrazia e minor carico fiscale. Di questo passo, con tasso di fertilità e crescita economica pari allo zero e conseguente divario con gli altri Paesi europei, l’Italia rivedrà tornare il vento della speculazione e,forse, solo in quel momento lo spettro della bancarotta riuscirà a far capire alla sua classe dirigente che le cose andranno cambiate sul serio.

*Articolo di Michel Martone: “ Un sistema malato di egoismo generazionale ”, apparso il 24 luglio 2009 sul sito web d’informazione partecipativa “ Dillinger.it ”

Non è tempo di severità

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Europe “Se devo chiamare l’Europa, che numero di telefono devo fare?“.Così Henry Kissinger stigmatizzava, all’epoca in cui era segretario di Stato, l’assenza di una leadership europea. Sono passati più di trent’anni e la situazione  non è cambiata.
L’Europa è  un gigante economico dai piedi d’argilla. Le voci discordi e l’euroscetticismo dilagante stanno minando la fiducia internazionale nella sua forza politica. La grande famiglia europea non riesce a prendere, in questo periodo di crisi, decisioni sagge e durature per il suo futuro. Una fragilità che si ripercuote nella speculazione dei mercati finanziari sui titoli di debito dei Paesi europei economicamente più deboli. Da più parti si chiede ora un senso di responsabilità all’Europa e in particolar modo alla Germania, dalle cui decisioni dipende il destino dell’eurozona.

Se guardiamo alla storia, la tragedia della seconda guerra mondiale ebbe la benefica conseguenza di far riscoprire agli europei una fede smarrita e la volontà di costruire un futuro di pace  attraverso la creazione di una zona economica di libero scambio e di una unione politica, con il sacrificio di una graduale perdita di sovranità nazionale. Questo progetto non sarebbe stato possibile senza l’incipit del Piano Marshall che, costringendoli a trovare un accordo per la gestione degli aiuti, ebbe il merito di rinsaldare i loro rapporti economici e commerciali. Gli Stati Uniti che erano stati i primi creditori della Germania, avevano già tentato negli anni’20, con i Piani Dawes e Young,  di aiutare economicamente i tedeschi ad affrontare il peso delle ingenti riparazioni di guerra e a sconfiggere una spaventosa inflazione il cui tragico ricordo è ancor vivo nella loro memoria. Erano aiuti finalizzati a rendere la Germania un partner economicamente più stabile e commercialmente più appetibile oltre che ad essere un argine all’avanzata della allora già temutissima ideologia comunista.
La crisi economica del 1929 portò gli Stati Uniti verso il protezionismo. In Germania la crisi d’oltre Atlantico si tradusse, nel 1931, in una grave crisi creditizia che portò il Paese verso la bancarotta e diede  linfa alla causa del nazional-socialismo. Era finita così nelle ceneri una parentesi di prosperità economica e globalizzazione culturale indotta dal libero commercio che aveva caratterizzato, seppur con l’intervallo della prima guerra mondiale,  il periodo della belle époque fino alla fine del ventennio. Dopo la seconda guerra mondiale l’interesse americano ed europeo coincisero di nuovo grazie alla volontà comune di arginare la potenza sovietica. Gli aiuti del Piano Marshall scongiurarono il pericolo che una parte dell’Europa si avvicinasse all’Est e diedero consapevolezza all’occidente europeo della sua forza politica ed economica. Nel 1953, con il Patto di Londra, i debito estero tedesco fu dimezzato e la comunità internazionale decise di aiutare la Germania Federale nel suo cammino verso la  ripresa.

Ora che il muro di Berlino è caduto e che la Cina è diventata la seconda potenza economica mondiale,  gli Stati Uniti hanno molti più interlocutori economici e l’Europa si trova di fronte a una grande sfida di competitività, che le impone di riformare il suo ormai vecchio impianto del welfare. La Germania ha saputo, meglio di altri Paesi europei, riformare il mercato del lavoro e aumentare gli investimenti in ricerche, tecnologie e infrastrutture a beneficio della competitività e della crescita.

Il pericolo però è che l’attuale crisi creditizia rischi di essere simile a quella del 1931, se la Germania non cede sul suo contributo al nuovo Fondo di Stabilità europeo e non accetta che i paesi meno virtuosi si adattino gradualmente ai suoi standard di bilancio. Spagna e Italia, incalzate dalla minaccia speculativa sugli interessi del loro debito sovrano, stanno già facendo la loro parte avviando quelle riforme che gli si chiedevano da tempo. La Grecia dovrà purtroppo affrontare un lungo periodo di ristrutturazione del proprio debito.

Come in tutte le famiglie, ci sono figli più o meno diligenti. Nella famiglia allargata europea ci sono tanti caratteri da mettere insieme, tanti pregi, difetti e colpe commesse.  Ora che l’Unione monetaria è minacciata, e con essa tutti gli sforzi che le generazioni passate hanno impiegato per costruirla, è arrivato il momento di guardare al cuore del problema. Di ritrovare quella fede che hanno avuto i suoi padri fondatori scampati all’orrore della guerra. Di lasciar da parte le recriminazioni e gli sbagli commessi.

La Germania ha il dovere di ricordarsi quanto, in passato, l’Europa l’abbia sostenuta e abbia reso possibile l’avverarsi del suo miracolo economico. Non è tempo di severità ma d’ indulgenza, a quest’ultima seguirà il rigore fiscale. L’alternativa è l’aumento delle tensioni tra Paesi membri. Il verdetto di Churchill rimane ancora valido, “coloro che non riescono a imparare dalla storia sono destinati a ripeterla”.

L'Italia che non cresce e spaventa i mercati

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L’Europa è di fronte alla sfida più grande della sua storia. Mai come oggi, in una situazione di crisi, si chiede ad essa uno sforzo per rimanere unita e salvare le fondamenta della sua costruzione, certamente perfettibile ma giunta al termine grazie alla lungimiranza della precedente generazione politica europea. Essa si comporta invece in modo contradditorio e diviso. Il deficit decisionale politico ed economico alimenta così la sfiducia degli attori economici globali che ritirano i loro capitali da quei Paesi dell’Eurozona in cui maggiore si fa evidente il rischio di non poter più onorare il debito e sostenere la moneta unica. Un comportamento bollato come semplice “speculazione finanziaria” da coloro che credono ancora nell’esistenza di una economia chiusa ai capitali esteri.

Ad essere colpiti, come sempre, sono gli anelli deboli della catena. La sfiducia, in questi ultimi mesi si è infatti palesata nell’aumento del differenziale tra i titoli di stato decennali italiani e quelli tedeschi, come a dire “ci fidiamo sempre della Germania, non più dell’Italia”. Gli investitori sanno bene quanto conti il PIL italiano in percentuale a quello europeo. Ma questo non basta a rassicurarli. Ciò che li spaventa è vedere una classe politica italiana che non reagisce e che spera e si culla sull’eventualità di un salvataggio in extremis da parte dell’Europa. Essi si spaventano nel vedere inoltre una nave europea senza timoniere, in breve, che le istituzioni dell’UE non abbiano, a differenza del FMI, quel potere coercitivo in grado di far contenere i disavanzi pubblici e di far attuare riforme strutturali e impopolari a tutti i Paesi membri non virtuosi dell’Eurozona. L’Europa avrebbe dovuto dotarsi di istituzioni politico-economiche in grado di armonizzare le politiche fiscali e di punire severamente e per tempo la violazione dei parametri di contenimento della spesa pubblica. La moneta unica ha eliminato nei Paesi membri la tentazione di usare la leva della svalutazione competitiva per ovviare ai disavanzi interni e ha dato quindi una solidità alle politiche macroeconomiche europee. Ma non ha eliminato la tentazione del “consensus appeal”, di fare spesa in deficit, sapendo che pagheranno altri e dopo. La politica delle cicale è sopravissuta così anche all’euro.

Ora si chiede all’Europa di imporre ai membri non virtuosi una ristrutturazione del debito e una riformulazione delle voci di spesa pubblica. L’Italia sembra non aver accolto l’urgenza della richiesta. Non ha liberalizzato i settori economici più vitali per la crescita. Non ha snellito il sistema giudiziario. Ha aumentato le imposte e ridotto la spesa pubblica, tagliando in modo lineare tutti quei capitoli che pesavano maggiormente sul bilancio pubblico non tagliando però le spese di welfare improduttive. Quelle spese che non a caso servono a mantenere il consenso politico. Nella situazione attuale una parte dei sindacati italiani protegge ormai i propri iscritti e non più la dignità del lavoro in quanto tale. La pubblica amministrazione ha ancora una parte del proprio organico non produttivo che pesa sull’economia del Paese. Il sistema universitario produce un numero sempre maggiore di laureati che hanno sempre più difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro. Aumenta la disoccupazione giovanile (tra le più alte in Europa) e aumenta una precarietà dovuta a una errata legislazione sulla tutela del lavoro. Per di più, l’Italia è un Paese che invecchia e nulla viene fatto per incoraggiare i giovani a costruire una famiglia e un futuro. La disoccupazione giovanile pesa sul bilancio delle famiglie che stanno nel frattempo erodendo il proprio risparmio per mantenere i figli al loro tenore di vita. La Germania ha tagliato già da tempo le spese improduttive per dedicarsi ai giovani, alla loro istruzione e al loro lavoro. Grazie a queste politiche mirate, la Germania registra oggi un buon tasso di natalità e una bassa disoccupazione giovanile e il mercato evidentemente l’ha già premiata.

Un Paese, come l’Italia, che non dà speranze ai giovani, è invece un Paese senza futuro. La sua classe politica non riconosce le proprie colpe, continua a gridare allo spauracchio della speculazione internazionale e alla cattiva informazione sullo stato attuale dell’Italia. Dopo aver varato una manovra di aumento delle imposte, di tagli ad alcune voci di spesa e di stratagemmi per scovare gli evasori fiscali, senza riforme strutturali per la crescita, gli investitori temono che l’Italia si spinga in una situazione di recessione economica che non le permetterà pagare il debito. Rebus sic standibus, l’Europa potrà fare ben poco. La morfina della BCE prima o poi terminerà e i piani di salvataggio varati a livello G20 per ricapitalizzare le banche a rischio (sono le maggiori detentrici dei titoli di debito sovrani ), servirà solo a ritardare la resa dei conti. Il sentimento europeista si è molto affievolito negli ultimi anni ed è accompagnato ormai da un egoismo politico generazionale incapace di sognare un Europa come la sognavano i padri fondatori del primo nucleo di collaborazione economica europea. Quell’ Europa piegata dalla guerra ed economicamente fragile era capace di ricominciare unita e di credere in un ideale di pace e benessere per le future generazioni.

Cosa serve all’Italia per uscire dalla crisi ? Quello stesso slancio di ottimismo, di produttività, di creatività e di iniziativa che la portò ad essere negli anni’ 50-60 l’esempio da seguire. Serve che la classe politica italiana si svegli e che dia esempio di lungimiranza e saggezza al proprio Paese. Ricorrono tra l’altro i 150 anni dell’Unità d’Italia ! Una classe politica che abbia un po’ di sentimento patrio: sacrificandosi per prima, eliminando i privilegi e gli interessi di categoria. Che sappia fare riforme radicali e inizialmente impopolari. Che sappia finalmente credere nei giovani e nel futuro dell’Italia in Europa e nel mondo.

L'era atomica ai tempi del Web

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La guerra fredda è finita. Ma ne siamo proprio sicuri ? Quando per invecchiamento cadde l’Unione Sovietica, si pensò che l’era atomica avrebbe avuto un termine con la fine del bipolarismo. Sono passati quasi vent’anni e certamente il mondo è cambiato. La Cina è emersa togliendo il contro-altare alla Russia.

2677209822_9be4b07e1aIl parziale cedimento del vecchio sistema economico cinese ha dato adito a un capitalismo di regime. Molti Paesi, svincolati ormai dalla contrapposizione in blocchi, si sono dotati di armi atomiche grazie anche alla “liberalizzazione del mercato dei cervelli”.

Molti fisici nucleari russi, e non solo, hanno venduto il loro know-how a Paesi come l’Iran, il Pakistan e la Corea del Nord. La globalizzazione economica, oggi, influenza sicuramente le relazioni internazionali molto più che in passato. Il Web, che ne è stato un veicolo e ha reso più trasparenti e vulnerabili i rapporti tra le varie potenze mondiali, oggi fa scoppiare tramite i social network una rivolta popolare in meno giorni di quanto ne fossero necessari un tempo.

Le rivolte in Tunisia e in Egitto ne sono un esempio. Un giornalista australiano come Julian Assange, riesce a mettere a nudo la diplomazia americana e i delicati rapporti di amicizia e d’interesse tra i partner statunitensi. Tutto sembra cambiare. Ma alla fine, rimane tutto come prima.

L’Iran e la Corea del Nord sono sempre lì, con le loro atomiche e i loro regimi repressivi. A nulla per il momento è valso l’impeto della rivoluzione verde iraniana, malgrado il sostegno dei media, del web e dei social network. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è composto dagli stessi membri decisi alla vigilia della fine del secondo conflitto mondiale.

Da anni si discute su come riformarlo, ma senza esito. Allora cos’è rimasto invariato? Il peso dell’arma atomica nel sistema delle relazioni internazionali. E non è da poco. Si certo, l’economia ha una grande importanza, ma senza il deterrente atomico, il peso politico di un Paese ancor’oggi si riduce notevolmente. Una guerra commerciale o valutaria termina inevitabilmente in un conflitto militare. Il Web può essere controllato dai vertici di un Paese non democratico e piegato alle esigenze del caso.

Oltre alla possibilità di oscuramento della rete, spuntano società “al soldo dei governi”, in grado di far fronte ad attacchi cibernetici e di infiltrasi in tutti i social network, seminando disinformazione tra i vari utenti. Chi di Web ferisce, di Web perisce. E’ una battaglia tra i cavi che finisce senza vincitori e vinti. Distratti dai tragici fatti libici, ultimamente, non molti si sono accorti che a pochi giorni dal crollo del regime di Mubarack, due navi da guerra iraniane si sono infilate nello stretto di Suez a pacifica destinazione delle coste siriane.

Non era mai successo dai tempi d’insediamento di Mubarack, in Egitto. Trent’anni in cui il rais egiziano ha voluto preservare la stabilità geopolitica della regione. E’stato un chiaro segnale di potenza che l’Iran ha voluto dare al mondo. Gli Stati Uniti hanno risposto a questa provocazione facendo passare anch’essi le loro navi dal canale di Suez verso il Mediterraneo.

Giustificata dall’incalzare dell’emergenza umanitaria libica, quest’ultima è stata in realtà la risposta al regime degli Ayatollah. Le potenze nucleari “giocano” a mostrare i muscoli. Questa è la stessa tecnica usata nella guerra fredda. Collaudata da ormai più di mezzo secolo, è ancor’oggi, in un mondo economicamente globalizzato e cibernetico, la sola in grado di bilanciare i poteri nell’intricato sistema delle relazioni internazionali.

Seguiamo l'esempio della Germania

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La Germania sta dando il buon esempio. Se, da una parte, l’approvazione della legge costituzionale tedesca, che obbliga al pareggio del bilancio federale entro il 2016, sta facendo alzare la soglia del virtuosismo fiscale nei vicini Stati europei, dall’altra, sta facendo aumentare le critiche di molti economisti al modello che essa propone di seguire. Se non si studia un po’ di storia tedesca, risulta difficile comprendere le ragioni che hanno portato il governo a varare una possente manovra di tagli alla spesa pubblica a al welfare. Si sta alzando in questi giorni il coro di alcuni economisti neo keynesiani che grida allo spettro della deflazione, senza capire i motivi che spingono la Germania, oggi, a dare all’Europa e al mondo, l’esempio del rigore.

La 'ndrangheta assurge al rango di potenza economica mondiale

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'Ndrangheta Lunedì 22 febbraio 2010 è stato presentato, nella sede dell’associazione della stampa estera a Roma, di cui questa testata fa parte, il libro “ La malapianta” di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso. Un saggio sulla ‘ndrangheta e la sua pericolosità in termini sociali ed economici. Il primo autore, Nicola Gratteri, è sostituto procuratore presso il tribunale di Reggio Calabria ed è coinvolto ormai da anni e in prima persona nella lotta alla mafia calabrese, alle sue ramificazioni nazionali e internazionali. Il coautore è il Prof. Antonio Nicaso, giornalista ed esperto in criminalità organizzata che vive in Canada e insegna negli Stati Uniti.

Roma e l’India, tra affinità culturali e occasioni imprenditoriali

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ancient-indiaROMA ANTICA E L’INDIA

Roma non è nuova all’India. Già Plinio il Vecchio, nella sua opera enciclopedica Naturalis Historia al libro VII  ( 79 d.c.), cita le meraviglie naturalistiche dell’India e la città antica di Musiris come uno dei centri più attivi nel commercio con l’antica Roma. Giuseppe Tucci, noto orientalista a cui si deve l’interesse della cultura italiana per l’India, in un articolo apparso sulla rivista “Nuova Antologia” (marzo 1935),  parla così dei rapporti tra l’antica Roma e l’India : “ tempo addietro, ebbi occasione di parlare dei rapporti che, nell’età imperiale, per terra e per mare congiunsero Roma con l’India. Col soccorso di fonti autorevoli mostrai anzi che gli scambi fra oriente ed occidente furono allora tali da lasciare durevoli tracce. Nel medio evo la marea delle invasioni barbariche, il sorgere della potenza mussulmana, il travaglio politico dell’Europa medioevale interruppero quei rapporti che anticipando gli scambi moderni, avevano avvicinato, durante la grande pax romana, due mondi tanto lontani e tanto dissimili”.

Il protezionismo verde e il Global Warming

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art-04-nov-09-magnani
L’ecologia non è più di sinistra. Ora è la bandiera dei protezionisti, siano essi di destra o di sinistra. Il premier francese Sarkozy il 25 marzo scorso ha proposto, in occasione di una conferenza stampa a Saint-Quentin (Francia), l’applicazione a livello europeo di un dazio verso le importazioni non eco-compatibili dei Paesi extra UE.

La Turchia rivede le sue alleanze

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southstream800Il 10 ottobre 2009 nell'aula magna dell'Università di Zurigo (Svizzera) è stato firmato un accordo storico tra Turchia e Armenia, in presenza dei rispettivi ministri degli esteri, del segretario di stato americano, del ministro degli esteri russo, del rappresentante UE per la politica estera e dei ministri degli esteri francese e svizzero.

Considerazioni Finali sul Vertice G8

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art-04-nov-09-magnani
Il summit del G8 dell’Aquila ha chiuso bene, tutto sommato, i suoi lavori. A partire dall’organizzazione dell’evento, fino alla sostanza delle dichiarazioni e dei documenti approvati nel vertice. Partito con un traballante inizio dovuto alle debolezze politiche interne del Premier italiano, il summit si è conculso con un discreto successo.

Federal Reserve Bank

WALL STREET JOURNAL

U.S. Bureau of Economic Analysis