L’Italia sembra aver recuperato qualche voto in pagella grazie agli sforzi del governo tecnico, che è riuscito a scongiurare una nuova speculazione sul debito sovrano. L’equipe di Mario Monti ha potuto operare con il beneplacito della politica, ben felice, quest’ultima, di aver ceduto la responsabilità di riforme impopolari (come quella delle pensioni e del lavoro) a una squadra di tecnici. A pochi mesi dalle elezioni che porteranno l’Italia ad avere un nuovo governo eletto, la politica è ora in fermento per creare le future coalizioni e il duro colpo della speculazione che rischiava di spazzare via l’Italia e con essa il destino dell’eurozona, sembra ormai tempesta passata.
La politica italiana però, a giudicare dalle affermazioni dei suoi leader, non sembra accorgersi che l’Europa e il mondo guardano oltre alla pagella, sperando che l’Italia abbia imparato dalla lezione della speculazione. Da essa, gli osservatori internazionali, non si aspettano solo riforme economiche ma un vero e proprio rinnovamento culturale. Il vero malato d’Europa non è la Spagna, bensì l’Italia. Un Paese che ormai da anni registra un tasso di natalità vicino allo zero, che invecchia inesorabilmente e che stenta a rinnovarsi. Ogni tentativo di riforma sembra ogni volta incepparsi, a causa di perversi meccanismi d’egoismo generazionale.
L’egoismo di una vecchia generazione maggioritaria che tenta di mantenere lo status quo e i propri privilegi senza distinzione di categoria o fascia sociale. Un sentimento negativo che colpisce rappresentanti e rappresentati, partendo da una classe politica autoreferenziale, che ostenta privilegi derivatagli dal retaggio storico e dall’uso discrezionale di denaro pubblico fino a coinvolgere i sindacati, le corporazioni professionali, imprenditoriali e bancarie.
La conseguenza inevitabile di tutto ciò è la sofferenza della generazione minoritaria, quella più giovane, più simile per indole a quella europea che ai propri padri. Una generazione che oggi non vede futuro. Cito le parole che l’attuale vice-ministro italiano al lavoro e alle politiche sociali, Michel Martone, scrisse in un suo articolo nel 2009 *: “le colpe sono di un’intera generazione che prima ha preteso diritti che non si poteva permettere e poi ne ha scaricato il costo sui figli.”. Privilegi realizzati da riforme che hanno spostato il carico del debito pubblico sulle generazioni successive.
Se uno sforzo è stato fatto per eliminare, con la nuova riforma pensionistica, il privilegio che permetteva di andare in pensione a 58 anni, un altro viene concesso alla vecchia generazione, da un mercato del lavoro che protegge, con le sue norme e “l’inamovibilità di Stato”, per citare nuovamente Martone, “i cinquantenni fannulloni e assenteisti” e condanna i giovani alla disoccupazione. Una generazione che può contare una vasta presenza nel settore statale. Infatti, dei 3.500.000 dipendenti pubblici, solo l’8 % ha meno di 35 anni. Il primato della gerontocrazia italiana, secondo uno studio Coldiretti del maggio 2012, va alla classe dirigente, la più vecchia d’Europa. Il record spetta ai manager delle banche e ai rappresentanti dell’ (ex) governo, rispettivamente con 67 e 64 anni, seguiti dai professori universitari con 63 anni. I più giovani sono i dirigenti delle aziende quotate in Borsa con 53 anni.
I giovani studenti italiani partono svantaggiati fin dall’inizio. Il sistema universitario conta migliaia di corsi di laurea che producono disoccupati e non trova risorse per finanziare i dottorati. I giovani che vogliono fare imprenditoria vengono stroncati dalla burocrazia, dalla sfiducia delle banche a concedere prestiti e infine dal gravamento delle imposte. Questo spiega il silenzio imbarazzato che colpì Mario Monti alla domanda di un giornalista che gli chiedeva cosa si sarebbe sentito di dire a un figlio neolaureato, sulla scelta di lavorare in Italia o all’ estero.
In questo stato di cose, per una pura questione di numeri, la politica risponde del suo operato esclusivamente al suo elettorato non più giovane e a ciò di cui ha bisogno: la tutela del proprio lavoro, della pensione, della salute e della propria sicurezza. I giovani italiani non hanno un partito che li difenda, che proponga politiche volte a incentivare l’accesso a un mercato del lavoro meno tutelato ma più flessibile e che dia infine loro la speranza di poter creare una famiglia. Questa è la vera emergenza dell’Italia. In Spagna il tasso di disoccupazione dei giovani è il doppio di quello dei lavoratori più anziani; in Italia, il triplo. Inoltre la percentuale d’inattivi tra i giovani disoccupati italiani è del 36 %. Il dato più alto in Europa.
Sul tema della disoccupazione giovanile che colpisce l’area OCSE e soprattutto il sud Europa, si era espresso alcuni mesi fa, in occasione della riunione del G20 a Guadalajara (Messico), il segretario generale dell’OCSE, Angel Gurria. Nel suo messaggio inviato ai ministri del lavoro aveva esortato alcuni governi, tra cui l’Italia, a intraprendere concretamente e velocemente una serie di azioni volte a combattere la disoccupazione giovanile.
La riforma del mercato del lavoro di recente approvata in Italia, sembra aver fatto qualcosa per aumentare la flessibilità in entrata: rivedendo i contratti a tempo determinato, eliminando gli stage e incentivando il contratto di apprendistato, con sgravi fiscali alle imprese che lo applicano. Ma nulla per aumentare la flessibilità in uscita: facilitando le aziende a licenziare, quando necessario, snellendo l’iter delle cause di lavoro e alleggerendo il peso delle organizzazioni sindacali.
Per come è stata impostata, tale riforma lascerà la situazione invariata: le aziende italiane e straniere continueranno a chiudere e quelle che avevano in progetto di aprire, si sposteranno in Paesi con minor costo del lavoro, minor burocrazia e minor carico fiscale. Di questo passo, con tasso di fertilità e crescita economica pari allo zero e conseguente divario con gli altri Paesi europei, l’Italia rivedrà tornare il vento della speculazione e,forse, solo in quel momento lo spettro della bancarotta riuscirà a far capire alla sua classe dirigente che le cose andranno cambiate sul serio.