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Non è tempo di severità

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“Se devo chiamare l’Europa, che numero di telefono devo fare?“.Così Henry Kissinger stigmatizzava, all’epoca in cui era segretario di Stato, l’assenza di una leadership europea. Sono passati più di trent’anni e la situazione  non è cambiata.
L’Europa è  un gigante economico dai piedi d’argilla. Le voci discordi e l’euroscetticismo dilagante stanno minando la fiducia internazionale nella sua forza politica. La grande famiglia europea non riesce a prendere, in questo periodo di crisi, decisioni sagge e durature per il suo futuro. Una fragilità che si ripercuote nella speculazione dei mercati finanziari sui titoli di debito dei Paesi europei economicamente più deboli. Da più parti si chiede ora un senso di responsabilità all’Europa e in particolar modo alla Germania, dalle cui decisioni dipende il destino dell’eurozona.

Se guardiamo alla storia, la tragedia della seconda guerra mondiale ebbe la benefica conseguenza di far riscoprire agli europei una fede smarrita e la volontà di costruire un futuro di pace  attraverso la creazione di una zona economica di libero scambio e di una unione politica, con il sacrificio di una graduale perdita di sovranità nazionale. Questo progetto non sarebbe stato possibile senza l’incipit del Piano Marshall che, costringendoli a trovare un accordo per la gestione degli aiuti, ebbe il merito di rinsaldare i loro rapporti economici e commerciali. Gli Stati Uniti che erano stati i primi creditori della Germania, avevano già tentato negli anni’20, con i Piani Dawes e Young,  di aiutare economicamente i tedeschi ad affrontare il peso delle ingenti riparazioni di guerra e a sconfiggere una spaventosa inflazione il cui tragico ricordo è ancor vivo nella loro memoria. Erano aiuti finalizzati a rendere la Germania un partner economicamente più stabile e commercialmente più appetibile oltre che ad essere un argine all’avanzata della allora già temutissima ideologia comunista.
La crisi economica del 1929 portò gli Stati Uniti verso il protezionismo. In Germania la crisi d’oltre Atlantico si tradusse, nel 1931, in una grave crisi creditizia che portò il Paese verso la bancarotta e diede  linfa alla causa del nazional-socialismo. Era finita così nelle ceneri una parentesi di prosperità economica e globalizzazione culturale indotta dal libero commercio che aveva caratterizzato, seppur con l’intervallo della prima guerra mondiale,  il periodo della belle époque fino alla fine del ventennio. Dopo la seconda guerra mondiale l’interesse americano ed europeo coincisero di nuovo grazie alla volontà comune di arginare la potenza sovietica. Gli aiuti del Piano Marshall scongiurarono il pericolo che una parte dell’Europa si avvicinasse all’Est e diedero consapevolezza all’occidente europeo della sua forza politica ed economica. Nel 1953, con il Patto di Londra, i debito estero tedesco fu dimezzato e la comunità internazionale decise di aiutare la Germania Federale nel suo cammino verso la  ripresa.

Ora che il muro di Berlino è caduto e che la Cina è diventata la seconda potenza economica mondiale,  gli Stati Uniti hanno molti più interlocutori economici e l’Europa si trova di fronte a una grande sfida di competitività, che le impone di riformare il suo ormai vecchio impianto del welfare. La Germania ha saputo, meglio di altri Paesi europei, riformare il mercato del lavoro e aumentare gli investimenti in ricerche, tecnologie e infrastrutture a beneficio della competitività e della crescita.

Il pericolo però è che l’attuale crisi creditizia rischi di essere simile a quella del 1931, se la Germania non cede sul suo contributo al nuovo Fondo di Stabilità europeo e non accetta che i paesi meno virtuosi si adattino gradualmente ai suoi standard di bilancio. Spagna e Italia, incalzate dalla minaccia speculativa sugli interessi del loro debito sovrano, stanno già facendo la loro parte avviando quelle riforme che gli si chiedevano da tempo. La Grecia dovrà purtroppo affrontare un lungo periodo di ristrutturazione del proprio debito.

Come in tutte le famiglie, ci sono figli più o meno diligenti. Nella famiglia allargata europea ci sono tanti caratteri da mettere insieme, tanti pregi, difetti e colpe commesse.  Ora che l’Unione monetaria è minacciata, e con essa tutti gli sforzi che le generazioni passate hanno impiegato per costruirla, è arrivato il momento di guardare al cuore del problema. Di ritrovare quella fede che hanno avuto i suoi padri fondatori scampati all’orrore della guerra. Di lasciar da parte le recriminazioni e gli sbagli commessi.

La Germania ha il dovere di ricordarsi quanto, in passato, l’Europa l’abbia sostenuta e abbia reso possibile l’avverarsi del suo miracolo economico. Non è tempo di severità ma d’ indulgenza, a quest’ultima seguirà il rigore fiscale. L’alternativa è l’aumento delle tensioni tra Paesi membri. Il verdetto di Churchill rimane ancora valido, “coloro che non riescono a imparare dalla storia sono destinati a ripeterla”.

Federal Reserve Bank

WALL STREET JOURNAL

U.S. Bureau of Economic Analysis